Giovedi 1 ottobre
I polpastrelli delle dita delle mani sono ancora insensibili, sembrano coperti con lo scotch. In compenso le labbra non hanno più la pelle spezzata e non fanno quasi più male. Il naso ha perso tutta la pelle ma ha smesso di bruciare e di perdere sangue. La tosse poi è diventata quasi una normale tosse da fumatore non una scossa che ti devasta il petto come nei primi giorni. I miei ditoni dei piedi invece quelli resteranno viola e mi faranno compagnia ancora per sei settimane, poi si vedrà che farne.Questo e’ il bilancio dopo tre giorni dalla salita, poteva andare meglio, ma anche peggio. Ho deciso di iniziare da qui per raccontare una salita a 8200 metri, raccontando gli errori grandi e piccoli che ho fatto.
La salita al Cho Oyu è scandita dai campi: il campo 1, a 6400 metri, non ha grande significato strategico, ci si arriva senza neanche toccare la neve ma ingoiando tanta polvere. Ci arrivano anche i portatori tibetani che per 10 dollari ti portano fin lassù anche una mucca viva, basta pagarli. Al campo 1 hai quasi tutto, salvo che le tende sono più strette, perché ci si dorme poco, solo la prima volta che sali.
vista del campo 1
Tutte le altre volte che ci passi, una volta che sei lì te ne torni al campo base in un paio di ore. Al campo base c’è il cuoco Santa’ che fa gli spaghetti al dente mentre al campo1 devi sciogliere la neve per bere il the’.
Il campo 2 a 7200 metri è tutta un ‘altra cosa.
In tutti i sensi. In termini di spazio è di una comodità stellare: una terrazza aperta sul Tibet. Davanti ai tuoi occhi tutte quelle maestose montagne che al campo base ti intimorivano coi loro ghiacciai ora sono diventate piccoline come sassi.
gli sherpa montano le tende al campo 2
Seduto verso il Tibet hai alle spalle il tuo gigante che ti regge la schiena e ti guarda da vicino vicino. Per me è uno dei posti più belli del mondo per la sua pace (la gente sparisce nelle tende, non vedi nessuno in giro) e per la vista sull’altopiano. Tutti, potendo, dovrebbero andarci almeno una volta per capire come tutto è relativo, peccato sia così faticoso arrivarci.
Il campo 3 non esiste, non è un luogo definito. Semplicemente si mettono delle tende sotto la fascia delle ultime roccette per riposarsi un attimo dopo essere saliti per 400 metri dal campo 2. Pochi ci dormono per più di una notte perché generalmente è una sofferenza dormire a 7700 metri. Noi siamo stati una eccezione, Marco aveva lo snowboard e non poteva salire direttamente in vetta dal campo 2 con quel catafalco. Al campo 3 non avevo il sacco a pelo, Pasang prima di partire me lo ha mostrato un paio di volte facendomi capire che per lui portarlo su non era un problema ma io lo ho lasciato giù al campo 2, a congelarsi inutilmente.
Vista dal campo 3 verso il campo 2, Cesare e gli altri arrivano. In fondo, sulla morena, il Campo Base Avanzato
Dal campo 3 partiamo per la cima il 24 settembre all’1 di notte; quando siamo partiti solo per chiudere i ramponi credevo che lo sforzo mi facesse tornare in tenda a dormire. Il mio zaino non era organizzato: avevo messo dentro un unico sacchetto nero, i guanti di riserva e gli occhiali scuri da usare di giorno. Da qualche parte avevo anche i sottoguanti di riserva,o almeno lo credevo. La crema solare era nella testa dello zaino: ricordo nel buio della notte di averla tastata con le mani ed il tubetto era cicciosetto ed invitante. Peccato che, più tardi quando ho tentato di usarla, il tubo era un tubo Dalmine. Avevo già le labbra secche quando siamo partiti, la parte bassa del naso bruciata dal sole del giorno prima e respiravo freddo. L’aria degli ottomila metri è fredda e secca. E dire che avevo la mascherina che riscalda l’aria che si inspira ! Il prodigio tecnico però non tiene conto che l’aria che entra dalla mascherina non basta, ne hai bisogno di più ed allora te la togli e respiri a pieni polmoni, ti entra nei polmoni come una droga, tanto bisogno di ossigeno hai che non ci badi, ma il freddo alla lunga infiamma tutto.
Il pendio sopra le tende del campo 3, prima delle fascia di rocce, serve per scaldarsi (si fa per dire) e snocciola la fila: Tsering e Marco col suo snowboard di traverso si sono staccati subito, io e Cesare procedevamo dietro e Guido con Pasang chiudevano il gruppetto. Ben misero gruppetto rispetto al serpentone di lampade che ormai era già avanti a noi: almeno 30 persone avevano già salito la fascia di rocce e stavano sfociando come una marea silenziosa sul pendio nevoso attorno agli 8000. Porca vacca ma dove vanno ci siamo chiesti. La risposta è arrivata qualche giorno dopo: le spedizioni commerciali con ossigeno sono partite alle 24 dal campo 3 o alle 23 dal campo 2: per il timore che l’una precedesse l’atra le guide hanno spinto tutti su ed hanno raggiunto la cima alle 5-6 del mattino, era ancora semibuio.
Noi siamo saliti al nostro passo. Dovevamo fare circa settecento metri in tutto dal campo 3 alla cima, poco più di un’ora sulle alpi Apuane e un paio di ore alla Capanna Regina Margherita…da dieci ore in su sotto la vetta del Cho Oyu.
Verso la fine della salita delle roccette sommitali ho dovuto togliermi una muffola per sistemare le corde: l’ho persa perché non era attaccata alla giacca per la fretta. Ho tirato fuori le muffole di riserva ma…..c’era quel sacchetto nero nello zaino, ho tirato fuori l’altra muffola e sono caduti gli occhiali scuri, si sono incamminati nel mezzo alle mie gambe, giù verso il canale che avevo appena terminato di salire. 50 metri sotto: significa circa un’ora a quella quota, una eternità da scendere e risalire. Per fortuna Pasang aveva degli occhiali di riserva.
Ero a poco meno di 8000 metri, non rimaneva che salire il pendio di neve sommitale. E’ uno scivolo dove si potrebbe benissimo fare il tracciato per uno slalom speciale, neve splendida tra duro e farinoso, pendenza ideale. Peccato che quelle poche centinaia di metri richiedano più di due ore di sputi, tosse ed ansimo. Su ogni passo si poggia tutto il peso del corpo e ci si ferma. Si pensa ad ogni passo. Si pensa alle cose più varie. Io ho pensato tanto a mangiare gli spaghetti al ragù.
Poi si arriva dove finalmente tutto è pianeggiante e la neve è più candida che altrove. Non si sale quasi più. Si vede sulla sinistra una collinetta, uno giura che sia la cima. No. La pista prosegue come disegnata da un ubriaco sulla destra con due curve e continua a vagare dove meno te l’aspetti. E tra l’altro ci rimani male perché da questa piana sconfinata di neve non si vede nulla- pare di non avere nulla intorno e di essere giù nella morena del ghiacciaio, 3000 metri più in basso. Quando sono arrivato sullo sconfinato plateau, circa verso le 10, non c’era nemmeno un cane, apparentemente. Dopo piu’ di un’ora, con un paio di passi sono salito dietro all’ultimo risalto di neve: come dalle mani di un prestigiatore sono apparse almeno dieci persone che si muovevano come zombi ed una selva di montagne molto diversa da quella del campo 2: erano altissime, di roccia nera lucida, nitide ed alte come noi. Mi sono trovato sulla cima senza accorgermene ma il respiro mi è veramente mancato. Avevo davanti la parete nord dell’Everest ed il Makalu.
La gente che era lassù la conoscevo: Marco stava preparando lo snowboard, Tsering mi chiedeva come mi sentivo, un paio di uomini mascherati si congratulavano ma io non capivo cosa dicevano. Ricordo solo di aver detto a Tsering che le mie gambe avevano dato tutto quello che potevano, ed era vero. Non mi sono mai sentito così stanco in vita mia.
Io in vetta, l’everest alle mie spalle
Le mie superscarpe La Sportiva non mi hanno neanche fatto capire quale era la temperatura esterna. Però se uno le scarpe se le toglie, anche le scarpette interne, e sta in tenda coi calzini deve stare sul chi vive. Purtroppo quella seconda notte al campo 3, distrutti dalla salita, bevevamo un the caldo quando ecco una fitta micidiale allo stomaco, davanti agli occhi mi balena il flash della tazza d’acqua che Tsering mi porge all’arrivo al campo dopo la salita e l’avidità con cui bevo quell’acqua, disciolta dalla neve ma non bollita…apri la tenda e metti un piede nella neve..pochi istanti sono fatali : le mie dita nere mi accompagneranno per qualche mese finché non decideranno di ridefinire il profilo del mio piede destro.
Come si fa a preparare una ascensione di questo tipo per anni, con allenamenti di mesi, salite al mattino presto del Cornizzolo invece di dormire, accantonare materiale di ogni genere per mesi e poi rischiare di mandare tutto a monte per disattenzione e disorganizzazione: se Pasang non avesse avuto due occhiali ?
La mattina dopo scendiamo e in due giorni siamo al campo base, da lì io e Guido decidiamo di partire subito per Kathmandu, i miei piedi gridano vendetta e hanno bisogno di cure. Dal campo base si dovrebbe arrivare a Kathmandu in meno di due giorni: dal campo si va a piedi in tre ore al cosiddetto intermedio cinese dove una comoda jeep ti preleva e ti porta a Tingri, villaggio deposito di spazzatura cinese nella piana tibetana.
Il Cho Oyu visto dal campo intermedio, sulla morena del ghiacciaio, a circa 5200 metri
A Tingri si ha l’onore di calcare la cosiddetta (dai giornali) autostrada che i cinesi hanno costruito in occasione delle olimpiadi. In effetti la nuova strada è una pista liscia e ben rifinita in cemento armato che consente di percorrere la piana tibetana con tempi di percorrenza una volta inaspettati.Questo paradigma di potenza cinese funziona bene finchè si rimane nella arida piana tibetana. Meno bene vanno le cose quando la strada, passato il passo a 5200 metri si inabissa nella gola che scenda a precipizio verso il Nepal, sempre più verde e lussureggiante ma sempre più piovosa ed instabile. La strada diventa oggettivamente un artefatto umano che cozza colla natura dei luoghi. Il clima passa da desertico a quello tipico della foresta pluviale. La strada, di importanza strategica (un lembo di Cina che si estende verso l’india) e commerciale estrema è soggetta alla erosione di fiumi vorticosi che scendono dai giganti di ghiaccio che la contornano, soggetta alle piogge monsoniche che fino qui arrivano e qui si esauriscono.
A un certo punto la jeep si ferma: una massa di pietroni a sbalzo su un dirupo di trecento metri aveva bloccato la strada ed altri pietroni minacciavano di cadere giù da una parete himalaiana che sovrastava una curva. I soldatini cinesi erano ferrei: vietato avvicinarsi. Passiamo lì davanti a quelle pietre un’intera giornata ad aspettare che la aprissero. Poi inizia a piovere forte, tutti scappano e le nostre speranze che aprano volano via, i miei piedi dentro gli scarponi pulsano un dolore isterico. Restiamo sul ciglio della strada sotto un telo dalle 8 del mattino alle 3 del pomeriggio, poi la svolta: la guardia si alluntana, arriva una coppia di cinesini: lui, lei e un sacchettone bianco enorme, si avvicinano alla frana, si guardano intorno e come formichine iniziano a salire. Non scivolano, procedono e scompaiono al di là. Io e Guido ci guardiamo in faccia e non c’è bisogno di dire niente, dieci secondi dopo eravamo sulla frana nel mezzo ai pietroni, con un dirupo senza fine sotto di noi… altro che Cho Oyu !
Ora stiamo tornando, sono in aereo, in volo per Dubai, davanti a un computer... ho ancora negli occhi quel cumulo di pietroni e fango che abbiamo dovuro passare per arrivare a piedi al confine col Nepal e che strano… mi sono quasi scordato il profilo di quel gigante di 8000 metri su cui ognuno lascia un po’ di sé.. Strana la natura umana.
Silvano Spinelli
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